Just a joke

teatro-Ariston

Yesterday night I decided to hurt myself, and watched Sanremo, the renowned Italian Music Festival, on tv. As I usually do when I watch tv, I had one and a half of my eyes, almost all of my attention and my hands focused on something else, creating two new mug-cosies. This way, my night would not have been completely wasted.

I want to tell you of that moment when the spare one and half eyes, my attention and, in a way, both hands suddenly turned to the tv screen. A sort of electrical shock coming from the mattress I was seating on, a loud bang hitting my ears.

When was the critical moment?

Did it happen when the Italian music legendary couple, Albano and Romina, now two estranged vintage characters getting together for the sake of the show, sang their old songs or pretended to be friends?

Or maybe when Tiziano Ferro sang his well known medley, making me think of two things: 1. About fifteen years have passed since when I heard his first song. 2. He is from Latina as I am, but now I’m bound to stay here, while he lives in London.

None of them. I was getting by quite well, until another guest made the scene. Alessandro Siani, a handsome and funny comedian. Well, I like him as a comic actor, but in that moment my attention was still focused on my work, while just a half of my eye was watching him coming on stage, and… just before that… he turned to an overweight boy standing at the front row, and told him something like: “Hey! Are you sure you can get into your seat again?”

Sbaaaaaam. Electric shock. My eyes staring at the screen, my mind freaking out, and the crochet hook fell down. Just a moment and I returned to my senses. Ok, I told myself, he is a comedian, maybe he wanted to sound cool and chose a wrong joke. I was laughing during the rest of his speech, but then he turned to a musician, making fun of his weight, again.

This time I got ungry with myself, with my inclination to justify others’ mistakes, because everyone can be wrong and hurtful without meaning it. Now I was being wrong towards myself. I’ve always had personal conflicts with my body weight, a problem I’ve carried along for so long and still do, trying to keep it in the secret drawer with other issues I didn’t want to see and let them be seen by other people.

Only recently I’ve been trying to cope with them, keeping that drawer open, worrying less, facing all the little monsters that could come out of it. I’ve been dealing with them, one after the other, with patience, taking the risk of making the same mistakes. Because what matters most is not the mistake itself, but being aware.

Last night I was almost ready to justify an attitude that more than once hit me personally.

I got ungry with myself, but I also made peace at the end. That’s the most important thing.

Moonily yours,

Serena.

***

Ieri sera ho deciso di farmi del male, e ho visto Sanremo. Ovviamente, come faccio sempre quelle poche volte in cui guardo la tv, stavo con un occhio e mezzo, buona parte del cervello e le mani impegnati a creare qualcosa di più utile al mondo (o perlomeno al mio piccolo mondo). La soddisfazione di aver fatto due nuovi abbraccia-tazza mi ha salvata dall’autocommiserazione per aver buttato via una serata.

E vi voglio parlare di quel momento in cui l’occhio e mezzo, la buona parte di cervello e in qualche modo anche le mani, si sono fissati subito sullo schermo. E’ stato come se il materasso su cui ero seduta mi avesse colpita con una scossa, come se una cannonata mi avesse fatto rimbombare qualcosa nella testa.

Qual è stato questo momento cruciale e sconvolgente?

Forse quella triste accoppiata vintage di Albano e Romina (Romina cara, continua a farlo cantare solo in tribunale, ti prego) con quel bacetto forzato che nemmeno tra una persona sana e una portatrice di lebbra?

Oppure il momento in cui Tiziano Ferro ha cantato il suo bel medley riuscendo solo a farmi pensare a due cose: 1. Sono passati già più o meno quindici anni da quando è uscito fuori il personaggio (che alle prime due canzoni mi piaceva pure, pensa te!). 2. Siamo entrambi di Latina, ma io sto qui mentre lui se ne vive beato a Londra.

No. No. No. Sono sopravvissuta a tutto ciò. Poi, a un certo punto, è arrivato lui, il simpatico e bello Alessandro Siani. Va bene, mi piace come comico, però nel momento in cui l’hanno annunciato, i miei abbraccia-tazza colorati avevano ancora la preminenza. Il mio mezzo occhio rivolto alla tv lo vede avvicinarsi al palco, per poi rivolgersi a un bambino in sovrappeso che si era alzato dal suo posto in prima fila per accoglierlo sorridente, chiedendogli una cosa come: “Ehi, sicuro che ce la fai a rientrare nella poltrona?”

Sbaaaaam. Scossa dal materasso. Due occhi puntati sullo schermo, il cervello impazzito e l’uncinetto che mi cade dalle mani. Una frazione di secondo, non di più, e torno in me. Vabbè, mi dico, è un comico, voleva fare il simpatico e gli è scappata una battuta così, tanto per dire. Il resto del suo intervento mi ha fatto ridere, tranne quando si è rivolto a un musicista facendo un’altra battuta sul suo peso.

Lì mi sono incavolata pesantemente con me stessa, con la mia tendenza a giustificare, a riconoscere che tutti possono sbagliare e offendere senza rendersene conto fino in fondo. Mi sono accorta che io stavo sbagliando nei confronti di me stessa. Perché io ho da sempre conflitti con il mio peso, problema che mi sono trascinata dietro negli anni tenendolo nascosto nello stessi cassetto in cui trovavano posto altre questioni che non volevo vedere e, soprattutto, non volevo far vedere.

Negli ultimi anni sto cercando di tenere aperto quel cassetto, senza aver paura, affrontando tutti i mostriciattoli che possono scappar fuori, uno alla volta, con pazienza, e accettando il pericolo di sbagliare e ripetere le stesse dinamiche del passato. L’importante non è ripetere gli errori, ma farlo senza rendersene conto.

Ieri sera stavo rischiando di giustificare di nuovo un atteggiamento che più di una volta mi ha colpita personalmente.

Mi sono arrabbiata con me stessa, ma sono riuscita anche a farci pace. E’ questo che conta.

Lunaticamente vostra,

Serena.

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